Follow back per tutti: perché è tecnicamente sbagliato

Esistono molteplici teorie riguardanti il Follow back: molti pensano che sia moralmente doveroso contraccambiare sempre e indistintamente gli utenti che decidono di seguirci sui canali social, altri invece non non sono dello stesso parere e spesso vengono additati come maleducati digitali che credono di essere dei guru spocchiosi. Ma è veramente così?

WillingToFollowTi seguo e tu mi segui, quindi sei educato, umile e capisci di social.
Ti seguo e tu non mi segui perciò credi di essere un re digitale che guarda tutti dall’alto verso il basso pur non capendo nulla di interazione social.

Non sono d’accordo… (e qui mi perdo qualche decina di follower), ma ribadisco ciò che ho appena affermato e se non mi avete già defollowato, ecco le mie ragioni.

Innanzitutto credo che sia fondamentale capire a quale contesto digitale stiamo facendo riferimento perché ogni canale social ha delle caratteristiche proprie che seguono regole più o meno oggettive. Alcuni di essi prevedono una reciprocità dei rapporti di follow come per esempio Facebook con le richieste di amicizia fra profili privati e LinkedIn tramite gli inviti a far parte della rete dei singoli account; (quest’ultimo canale però, da circa un anno è diventato “ibrido” sotto questo aspetto implementando la possibilità di seguire qualcuno indipendentemente dal suo eventuale feedback).

Altre piattaforme social quali Twitter, Google+, Instagram, YouTube, Pinterest ecc, seguono una logica che vede l’utente A seguire l’utente B in quanto ritenuto interessante. Non sono state tecnicamente pensate per un forzato rapporto One to One

Il termine follower o seguace è diverso dall’amico di Facebook o dal contatto di LinkedIn. Questi ultimi instaurano fra loro un rapporto social reciproco derivante da situazioni nate in precedenza in altri contesti (parentela, relazione sentimentale, rapporto di lavoro, ecc), mentre sui canali sopra citati, la relazione inizia dal momento stesso in cui qualcuno inizia a seguire qualcun’altro. La reciprocità del follow, deriva da una serie d’interazioni che portano l’uno a provare interesse verso l’altro.

Continuando a parlare della natura tecnica delle piattaforme social non pensate per la richiesta di reciproca amicizia, mi vengono in mente i suggerimenti automatici che canali come Twitter e Google+ forniscono basandosi su utenti simili a coloro che decidiamo di seguire.
Cosa succederebbe nel caso in cui dovessimo decidere di ricambiare sempre ed indistintamente il follow a tutti, quindi anche a coloro che solitamente pubblicano contenuti per noi non interessanti? Verrebbe a mancare l’utilità di uno strumento ideato per stimolare interazioni ottimali con persone che in teoria dovrebbero avere le caratteristiche più affini a ciò che ognuno di noi cerca su un determinato canale social.

Twitter inoltre, impone un limite tecnico di 1000 follow back giornalieri, dopodiché scatta il blocco di 24 ore come a voler dimostrare la predilezione per la  naturale interazione rispetto a quella che in casi estremi potrebbe essere definita attività di follow – spam

Follow back

C’è differenza fra il seguire 100.000 persone e non seguirne nessuna?
Secondo me no perché nel primo caso è alquanto arduo riuscire a leggere i contenuti di un numero esagerato di following. Se aggiungiamo il fatto che a causa del follow back “cieco” molti di essi non sono neanche ritenuti interessanti, allora l’impresa diventa a mio modo di vedere impossibile.
Saremmo quindi costretti a filtrare tutto utilizzando le cerchie per quel che riguarda Google+ e le liste per ciò che concerne Twitter. Alla fine la nostra attenzione si focalizzerà quasi totalmente sui following inseriti in questi micro contesti a discapito di tutti gli altri.
Potremmo anche essere costretti ad utilizzare tool come  il Togli la vocedi Twitter, uno strumento che nasconde dalla timeline i tweet di un determinato utente che si sta seguendo, senza però doverlo defolloware.
Questa credo che sia l’unica decisione presa dal canale volta ad assecondare la pratica del follow back a discapito dell’interazione.

Molti di voi sapranno che esistono moltissimi tool atti principalmente a scovare gli utenti che non ricambiano il follow come per esempio JustUnfollow, ManageFlitter, Fllwrs, ecc.  Nessuno di essi è di proprietà dei principali canali social, in quanto questi ultimi incentivano l’interazione attraverso le proprie timeline, e non le ripicche digitali.

Quindi alla luce di quanto scrtto sopra, prima di giudicare male gli utenti che non danno per scontato il follow back automatico verso tutti, ricordiamoci che gli stessi ideatori dei canali social che stiamo utilizzando non hanno sviluppato alcuno strumento o consigliato alcuna regola di bon ton allo scopo di incoraggiare questo malsano desiderio. Un motivo ci sarà!

Per finire sorrido quando penso a tutti coloro che si lamentano della continua facebookizzazione di Twitter e poi si offendono quando qualcuno si rifiuta di piegare il proprio atteggiamento alle regole di Zuckerberg… un vero paradosso social.

 

In questo articolo ho cercato di chiarire perché penso che la pratica di follow back selvaggio sia tecnicamente sbagliata e quindi sconsigliabile. Prossimamente affronterò ancora l’argomento provando ad analizzare il tutto sotto un aspetto più morale e psicologico. Se per allora non mi averete ancora defollowato, magari potreste trovarlo interessante 😉

 

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Il blog, il lato umano ed il piacere di scrivere

Scrivere un articolo sul proprio blog una volta rientrati a casa dopo una giornata di lavoro, in pieno relax per il puro piacere di scriverlo, senza l’ansia di trovare per forza qualcosa da mettere insieme entro la fine della giornata… a quanti piacerebbe farlo? Sapevate che tutto ciò è possibile?

Blog

Prima di iniziare a scrivere questo articolo, penso sia doveroso fare una premessa: i consigli che state per leggere potrebbero non essere  sempre validi per chi fa del personal branding una vera professione.
Al contrario credo rappresentino un discreto spunto psicologico per tutti coloro che nonostante desiderino scrivere articoli su un blog senza particolari costrizioni con il semplice obiettivo di divertirsi e rilassarsi, a volte si lasciano influenzare controvoglia dalle pur preziose guide atte a redigere i cosiddetti blog di successo.

È la 1.00h di notte ed io da inguaribile nottambulo quale sono, ho appena iniziato a scrivere questo mio contributo, senza seguire alcuna strategia particolare che non sia un’improvvisa ispirazione. Probabilmente non lo terminerò oggi stesso perché ho sonno ed i miei marmocchi dal loro lettino mi hanno già interrotto tre volte, ma tutto ciò poco importa in quanto le motivazioni che mi spingono a fare ciò, altro non sono che relax e voglia di dire qualcosa che reputo possa essere utile o divertente per i miei lettori i quali potranno comunque leggerlo, anche se con un po’ di ritardo.

Uno dei fattori di successo che meglio distingue il blog da una testata giornalistica, è senza dubbio il lato umano del blogger che a mio avviso emerge quando quest’ultimo decide di andare controcorrente senza sottostare ogni volta all’imperativo di Google che pretende almeno un post al giorno dedicato all’argomento che in quel determinato periodo va per la maggiore, il cosiddetto newsjacking.
Se le idee non dovessero palesarsi, non sentiamoci obbligati a scrivere per forza qualcosa ansimando nell’attesa dell’ispirazione divina e salvatrice, magari impegnandoci in una mera traduzione dall’inglese all’italiano di articoli stranieri senza aggiungere alcun contenuto personale capace arricchirli.
Io per esempio preferisco non scrivere nulla per diversi giorni piuttosto che riempire il mio blog di articoli riguardanti gli svariati doodle di Google fingendo di conoscere tutto quello che viene celebrato da Mountain View 😉
L’autocostrizione nello scrivere penalizza la naturale ispirazione e di conseguenza la qualità degli articoli la quale rappresenta il fattore più importante per qualsiasi tipo di indicizzazione.
Ok, è vero che scrivendo regolarmente ogni giorno, oltre a guadagnarci in ottica SEO, si fa in modo che i propri lettori si presentino con la medesima cadenza all’appuntamento con il blog, ma la vera fidelizzazione a mio parere sta in coloro che pur non essendo martellati quotidianamente dai contenuti del blogger, non perdono occasione di leggerli quando si presenta l’occasione interagendo tramite essi con lui e gli altri lettori.

Non credo sia giusto cercare di scrivere sempre ciò che la Rete vuole leggere in un determinato periodo temporale. Stupire i propri lettori è difficile, ma non impossibile, pertanto non esitiamo nel liberare la nostra inventiva seguendo il filone principale del blog oppure perché no, scrivendo a proposito di argomenti al di fuori di esso anche a costo di rischiare di risultare off topic. Il cambi di rotta sporadici, così come l’imprevedibilità, mettono in risalto il lato umano dello scrittore e questo può essere molto apprezzato anche in un contesto professionale.

Quando scriviamo un articolo per analizzare uno specifico tema, i dati rappresentano uno strumento sicuramente importante, ma non fossilizziamoci esclusivamente su di essi. Nulla ci vieta di buttar giù qualcosa in base alle nostre sensazioni non oggettivamente confutate, consapevoli che questo tipo di scelta potrebbe portarci a conclusioni che alcuni potrebbero giudicare poco precise ed esaurienti. Come scritto poco fà il blog così come il social, mette in risalto il l’umanità del blogger il quale attraverso semplici intuizioni può stimolare un confronto aperto con i lettori allo scopo di migliorare la propria competenza e gli articoli futuri. Inoltre non di rado, pezzi basati su semplici riflessioni possono fornire uno spunto a coloro che in modo più attrezzato desidereranno approfondire con metodo più analitico l’argomento nei minimi dettagli; anche in questo sta l’utilità di un contributo.

Cercando fra gli articoli scritti per aiutare a redigere un blog di successo, è probabile trovare fra i vari consigli, quello che invita l’apprendista blogger a specializzarsi riguardo un determinato settore e di conseguenza a scrivere esclusivamente (o almeno prevalentemente), in merito ad esso.
Questo consiglio è assolutamente valido anche per chi concepisce il proprio blog esclusivamente come un puro strumento di divertimento e relax, ma le motivazioni potrebbero essere differenti.
È importante approfondire un interesse attraverso vari contributi facendo in modo che i lettori ne identifichino lo scrittore come punto di riferimento, ma ciò a mio parere non è la ragione principale, bensì la conseguenza di un processo più articolato.
Scrivere specializzandosi in un determinato ambito, che sia professionale o meno, significa avere maggiori probabilità di appassionarsi ad esso e di divenirne un esperto in grado di pubblicare contenuti di qualità.
E così ritorniamo al punto di partenza: se qualcosa ti interessa, man mano che scrivi ti appassioni. Se questo dovesse accadere, farai esperienza con meno sacrifici rispetto ad altri, arricchendo il tuo bagaglio conoscitivo e i tuoi spunti andranno di pari passo con esso.
I lettori te ne daranno merito e forse faranno di te e del tuo blog un punto di riferimento.

Scrivere articoli su un blog non può essere considerato rilassante e divertente se ogni tanto l’inventiva del blogger non si concede articoli leggeri e spiritosi i quali possono trasmettere uguali sensazioni di expertise rispetto ad articoli impegnati; se così non dovesse essere, pazienza. L’importante è rimanere soddisfatti di ciò che si è realizzato.

Con questi miei pensieri non intendo dire che non mi importa se gli utenti leggono o meno i miei articoli, altrimenti invece di farmi un blog, avrei tenuto un diario o qualche foglio di Word.
Dico solo che il bello dello scrivere per puro piacere personale a differenza di chi scrive per lavoro, non comporta alcun vincolo, pertanto sentiamoci liberi di “buttare sulla tastiera” quello che ci passa per la testa, perché alla fine potremmo accorgerci che quello che abbiamo scritto non è poi così male e ci siamo pure divertiti.

Non facciamoci prendere da alcuna soggezione e ricordiamoci che la storia racconta che a volte, semplici appunti su giornali sono diventati grandi classici di successo, magari potrebbe accadere anche per il nostro blog 😉

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Ello rifiuta la pubblicità: ecco il vero motivo

È nato Ello “il nuovo canale social creato da un gruppo di artisti e designer” che vuole fortemente presentarsi come minimalista, bello e senza uno straccio di pubblicità. Cosa? Ho letto bene? Zero pubblicità? Parliamone…

ElloEllo, Ello, Ello! Ultimamente questa parola è sulla bocca e sulla tastiera di tutti gli addetti del settore digital marketing, in particolar modo pervade la curiosità (e poco dopo lo scetticismo) dei social media addicted.

Nato quest’estate, Ello rivendica subito le sue peculiarità distintive principali che sono:
aspetto minimalista, assoluto rispetto della privacy degli utenti, assenza di pubblicità

STILE MINIMALISTA
Per quel che riguarda questo aspetto, il design pulito, essenziale, in bianco e nero può piacere oppure no.
Lato tecnico Ello si vanta di non avere nulla meno di Facebook, Twitter, Google+, Tumblr, ecc, (anche se pare che qualche mancanza ce l’abbia eccome, vedi l’impossibilità nel fare una ricerca di un contenuto).
Ok non ha niente di meno, ma non ha nenche nulla che tutti questi colossi non abbiano già mostrato alle proprie masse. E allora siamo punto e a capo e ritorniamo all’errore originario, vale a dire la mancanza di quel lampo di genio assolutamente innovativo ed alternativo in grado di attrarre le folle sulla propria piattaforma.
Pensare di sottrarre utenti a Zuckerberg&Co semplicemente scendendo sul loro medesimo campo significa a mio parere esporsi al fallimento sicuro.

ASSENZA DI PUBBLICITA’
Questa credo sia la peculiarità più sorprendente di Ello, addirittura incredibile… nel senso letterario del termine: io non ci credo.
Ma andiamo con ordine: dicono di voler ricevere sovvenzioni esclusivamente tramite l’offerta di servizi aggiuntivi a pagamento dedicati ai propri utenti i quali ovviamente potranno decidere se acquistarli o meno.
Questo tipo di scelta però avrebbe il risultato di dare ad Ello lo stampo di un social media di nicchia e non di massa. Quanto potrebbe durare una cosa di questo genere? Come potrebbe per esempio presentarsi per un eventuale quotazione in borsa, giusto per pensare in grande come social network anti-Facebook? E ancora, nel caso in cui riuscisse ad inventarsi un valido servizio aggiuntivo da far acquistare agli utenti, quanto impiegherebbero i colossi social a copiarlo per poi distribuirlo “gratuitamente” attraverso i propri server?
Penso che lo sbandieramento anti pubblicità faccia acqua da tutte le parti e non sia per nulla realizzabile, pena la precoce apparizione nei tred topic di Twitter della voce “R.I.P. Ello”.
Pare evidente come questa trovata della “Zero pubblicità” altro non sia che uno slogan per attirare gli utenti stanchi dei newsfeed saturi di spot di ogni genere, ma alla fine le promesse in certi contesti si sa, valgono quel che valgono, basta vedere l’esempio di Twitter il quale sta rinunciando a molte delle sue peculiarità distintive una volta granitiche (in ultimo il prossimo abbandono dell’ordine cronologico dei tweet che dovrebbe far posto ad un algoritmo facebookiano) in nome dell’advertising.
Forse in un primo momento Ello potrà rinunciare alla pubblicità, non per scelta etica per questioni oggettive: non possiede una fanbase tale da attrarre gli inserzionisti e tantomeno non ha una piattaforma in stile AdWords o Atlas in grado di esportare la pubblicità su una rete di siti esterni. Nel caso in cui dovessero riuscire a risolvere queste intricate situazioni, scommetto sull’apparizione di spot con lo smile bianco e nero.

RISPETTO DELLA PRIVACY
Gli sviluppatori di Ello picchiano duro contro i colossi social del momento rei a loro modo di vedere, di trasformare le persone in meri dati da vendere al miglior offerente. Vogliono così sottolineare che loro non la pensano allo stesso modo e quindi non ritengono che l’utente sia un prodotto da commercializzare

Ello privacy
Leggevo però che Ello si riserva il diritto di condividere i dati degli utenti con fornitori di servizi di terze parti come per esempio i gestori delle carte di credito dal momento in cui dovessero decidere di acquistare qualcuno dei servizi aggiuntivi offerti dalla piattaforma. Inoltre se un giorno dovessero affiliarsi ad altre società, le informazioni verrano condivise anche con loro.
Altro aspetto poco curato in ottica privacy è l’impossibilità di poter fare una distinzione fra chi può vedere determinati post e chi invece no, cosa ormai perfettamente integrata in Facebook, Google+ e LinkedIn
Non ultimo, se un utente volesse cancellare il proprio account da Ello, i suoi dati rimarrebbero comunque memorizzati all’interno dei loro server.
Detto questo pare che questo nuovo canale social in questo momento stia riscuotento un discreto successo e c’è già chi parla di un vero e proprio esodo da Facebook verso lo smile bianconero… un po’ come si prevedeva il possibile abbandono di Google a vantaggio di Volunia 😉
Scherzi a parte Ello sta crescendo rapidamente tanto da indurre gli sviluppatori a limitare l’ingresso tramite inviti. Ogni utente che entra ha la possibilità di diramarne cinque. Coloro che non hanno ancora ricevuto alcun invito da altri utenti, possono richiederlo direttamente sulla index del sito. Temo però che questo avvenga più per un’iniziale curiosità generale e perché no, anche a causa dei difetti dei giganti social che trattano le persone come un prodotto martellandoli di pubblicità. Il fatto è che non si può pensare di costruire un progetto basato esclusivamente sui difetti di concorrenti che nonostante tutto sono stati capaci di rivoluzionare la vita di milioni di persone.
Ci vuole il colpo di genio, quel fulmine in grado di rivoluzionare nuovamente il Web, i mercato del digital, il modo di pensare il social, e la vita quotidiana di tutti gli utenti.
Non credo che Ello sia sulla buona strada, almeno per ora.

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Social Commerce? Questione di cultura e tecnologia

Segnali di Social Commerce con l’annuncio di Facebook riguardante i test per la prossima implementazione del tasto “Buy” il quale promette di cambiare l’esperienza (e aggiungo la cultura) in merito all’utilizzo dei social da parte degli utenti.

social commerce

Il Social Commerce è all’orizzonte con la possibile implementazione del tasto Buy che Facebook sta ufficalmente testando negli Stati Uniti. L’implicita promessa è quella di cambiare in modo radicale l’esperienza social da parte degli utenti i quali fino ad oggi stanno utilizzando questo tipo di canale prevalentemente a fini di informazione, divertimento, richieste di supporto, ecc, ma quasi mai per acquistare in modo diretto.
In pratica sarà possibile effettuare acquisti direttamente sul NewsFeed sia in versione desktop che ovviamente mobile e quindi non si renderà necessario “uscire” da Facebook.

Facebook tasto Buy
La società di Zuckerberg tranquillizza tutti in merito alla privacy degli utenti in quanto lo scopo di questo progetto non prevede alcuna condivisione di dati per finalità di marketing.
Anche la sicurezza dei pagamenti è ovviamente una priorità assoluta di Facebook: gli utenti potranno salvare i dati della propria carta di credito all’interno del proprio profilo solo se vorranno espressamente farlo e anche in questo caso sarà tutto blindato. Perché salvarli nel proprio profilo? Ovviamente per velocizzare la decisione di un eventuale acquisto.
Qui potete trovare l’annuncio ufficiale

Anche Twitter sembra si stia muovendo in tal senso. Tempo fà infatti, il sito Recode pubblicò un articolo che raccontava di un ipotetico bottone “Buy Now” collegato ad un sito commerciale. Questo strumento però non era attivo ed era visibile unicamente da mobile. Niente di ufficiale, però è subito apparso chiaro come anche il fringuellino blu si stia attrezzando per intraprendere la via del social commerce.

buy nowEbbene i colossi social si muovono e probabilmente la parola “Buy” (o Acquista) sarà presto visibile nelle varie timeline.
La sfida più importante che dovranno affrontare secondo me sta nel riuscire a convincere gli utenti della bontà del progetto Social Commerce e far evolvere una cultura che seppur da pochi anni, è radicata nella convinzione che il canale social sia il meno indicato per fare acquisti.
D’altra parte oggi come oggi moltissime persone soprattutto in Italia, sono ancora restie ad acquistare online su affermati portali di e-commerce, figuriamoci sui social media.
Anche coloro che normalmente acquistano online si troveranno davanti alla possibilità di salire un ulteriore gradino per quel che riguarda le proprie abitudini e cultura legate allo shopping online: maccheronicamente parlando dovranno essere in grado di rendere normale l’acquisto più o meno “improvvisato”.
Mi spiego meglio: chi acquista su un portale e-commerce il più delle volte atterra sul sito Web pronto o comunque predisposto ad un eventuale acquisto. Al contrario l’utente che si trova su un social media, è facile che non stia pensando allo shopping e nel caso dovesse imbattersi in un’offerta seppur interessante in transito sulla sua timeline, dovrà avere la “prontezza” psicologica nel prendere una decisone d’acquisto più o meno improvvisa.
Di questa sfida però non possono farsene carico solo le piattaforme social, le quali hanno il compito di mettere a disposizione tutti gli strumenti e la tecnologia necessaria atta ad incentivare e facilitare il social commerce, ma tutto l’ambiente commerciale a partire dalle grandi aziende che solitamente comunicano su questi canali.
E come possono fare i grandi marchi ad attirare e sopratutto a rendere uso e costume il social shopping? Ovviamente fornendo ai potenziali acquirenti un valore aggiunto esclusivo derivante dall’ambiente social.
Considero questo punto molto importante perché se l’offerta di un’azienda presentata su un canale social non dovesse portare il valore aggiunto di cui sopra, sarebbe destinata quasi sicuramente a fallire in quanto l’utente preferirebbe optare per la tranquillità” dei tradizionali negozi fisici e online.
Ad essere cinici lo sforzo consistente nel fornire il valore aggiunto esclusivo dedicato al social commerce da parte delle aziende, potrebbe anche affievolirsi volutamente (ma non troppo) una volta raggiunto l’obiettivo di rendere routine l’idea di acquistare un prodotto o un servizio sui canali social.
Ultimo attore che dovrebbe collaborare allo sviluppo del social commerce altri non è che il Governo, il quale ha il dovere di agevolare lo sviluppo della tecnologia dedicata agli acquisti online come per esempio l’NFC (servizio di pagamento tramite mobile), lo sviluppo della banda larga ed altro ancora.

Buon social commerce a tutti :-)
















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Video privilegiati da Facebook, ma attenzione…

I video vengono privilegiati dal famigerato algoritmo di Facebook rispetto agli altri tipi di contenuti organici e la combricola di Zuckerberg non perde occasione per sbandierarlo, ma forse dimenticano di specificare qualche piccolo dettaglio sulla questione.

facebook-video
Facebook qualche giorno fà ha confermato ufficialmente la predilezione che il suo algoritmo mostra per i video caricati direttamente sulla sua piattaforma rispetto ad altri contenuti con semplici immagini o link. Questo tipo di preferenza si traduce in un numero di utenti raggiunti decisamente più alto se paragonato  agli ultimi due tipi di contenuti appena indicati.

I più attenti se ne sono accorti già da tempo tant’è che i post contenenti video sono più che raddoppiati rispetto ai mesi precedenti.
In data 23 giugno 2014 Facebook ribadisce la sua attenzione verso i contenuti multimediali cercando di motivare questa decisione facendo leva su un tentativo di comprendere meglio quale tipologia di video interessi maggiormente gli utenti. Una volta compresa l’arcana preferenza, il newsfeed farà in modo di far visualizzare loro con maggior frequenza le tipologie di video che in precedenza sono stati più graditi.
In parole povere: se nei mesi scorsi hai dimostrato di gradire a suon di like, commenti e share i video che parlano di tecnologia, Facebook darà a questi ultimi la priorità sul newsfeed personalizzando così la tua esperienza sul canale.

Ma non è finita qui perché con ciò che Facebook definisce “Miglioramento del Raking“, viene personalizzata anche la frequenza di update video in termini quantitativi: se hai dimostrato di gradire i video contenuti, il numero di questi ultimi aumenterà sul newsfeed, altrimenti resterà uguale o addirittura diminuirà.
Tutto questo viene deciso in base a due nuovi fattori discriminanti: numero di video visualizzati e durata di visualizzazione che andranno ad aggiungersi a quelli “tradizionali” come like, share e commenti.

Il messaggio che Facebook vuol far passare agli inserzionisti è semplice: i video che vengono visti di più e che registrano un engagement superiore rispetto agli altri, avranno un audience più elevato.

Fin qui il ragionamento di Zuckerberg & soci non fa una grinza, ma ho notato un piccolo particolare a mio avviso non sbandierato: è vero che i video caricati direttamente sulla piattaforma registrano una portata nettamente superiore rispetto a quella di semplici post con foto, testi e link, ma è anche vero che negli ultimi giorni l’audience registrato dagli stessi video post è decisamente diminuito rispetto a quello derivante dalla medesima tipologia di contenuti pubblicati anche solo un mese prima.
Mi sento anche di dire che questo calo di portata avvenga a prescindere dal tasso di interazione degli utenti: non importa che il video totalizzi un elevato numero di like, share e commenti perché rispetto a quelli pubblicati precedentemente, totalizzerà comunque un numero decisamente minore di visualizzazioni.

Avete notato anche voi questo tipo di fenomeno?

Non saprei spiegare con certezza il perché di questa penalizzazione algoritmica e pertanto mi limito a mere ipotesi.
È cosa nota che in campo social, uno dei pochi settori importanti in cui Facebook perde parecchi punti rispetto a Google è quello relativo alla pubblicazione dei video in quanto Mountain View fa da padrona grazie a YouTube.

video

Da qui la decisione di “salvare” questo tipo di contenuti dalla penalizzazione organica del newsfeed.
Quest’ultimo però non è YouTube e alla luce del grande aumento di pubblicazioni video, potrebbe trovarsi di fronte ad un problema di saturazione, tanto da rendere necessaria l’aggiunta delle discriminanti di cui sopra che però a mio modo di vedere non vanno a completare quelle relative al tasso di engagement, ma le sostituiscono… o almeno diventano altamente prioritarie rispetto ad esse.
Ovviamente se un video viene condiviso più volte, avrà un numero maggiore di visualizzazioni, ma non dipende certo da una spinta algoritmica della piattaforma.
Magari un giorno Zuckerberg aprirà un vero e proprio canale video in grado di fronteggiare YouTube, ma fino ad allora dovrà adeguarsi al contesto attuale.

La seconda ipotesi, che potrebbe anche andare a braccetto con la prima, è quella che vede Facebook aver raggiunto l’obiettivo di far aumentare gli upload video degli inserzionisti sulla sua piattaforma prendendo quindi una piccola quota di visualizzazioni a Google. In seguito, come fatto per i post statici, decide di penalizzare i risultati organici per spingere alla pubblicazione sponsorizzata.
In fondo si sà, nessuno è padrone dei propri canali social, anzi possiamo dire che siamo tutti in affitto 😉

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GIF animate supportate da Twitter

Le GIF animate ora sono supportate da Twitter che ha annunciato ufficialmente la novità

Ebbene sì, le GIF animate da ieri sono supportate dalla piattaforma Twitter e l’annuncio visibile qui sopra parla chiaro.
Tutto questo farà la felicità dei bimbiminkia conclamati, ma anche di quelli che non si dichiarano tali, ma utilizzano i canali social con la medesima modalità (vedi per esempio quello che viene pubblicato quotidianamente in Google+).
Il fatto è che le pubblicazioni comprendenti GIF animate, pare generino un alto tasso di engagement da parte degli utenti che gradiscono non poco vedere gattini che strofinano fra loro le proprie docili capoccette. Ritengo che tutto ciò sia il MALE dei social media ma è una mia personalissima opinione e quindi vale quello che vale.

Ad ogni modo Le GIF animate per il momento sono tali solo se l’utente decide di attivarle tramite click (o tocco) sul tweet stesso e funzionano sulle app scaricate su device Android e iOs.
GIFCon questa decisione, per una volta Twitter smette di correre dietro a Facebook… e inizia ad inseguire Google+ 😉

Tremo all’idea di una possibile implementazione di questo tipo sulla piattaforma di Zuckerberg… che il dio dei social media ci protegga!

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Coppa del Mondo, la guida completa su Twitter

Coppa del Mondo, quale sarà la grande novità dell’edizione dei Mondiali 2014 in Brasile?

Coppa del Mondo su Twitter
La Coppa del Mondo 2014, porta con sè una grande novità rispetto le edizioni passate in quanto registrerà una fortissima connotazione social e con ogni probabilità ci abitueremo a leggerla così: #CoppaDelMondo. Questo hashtag dominerà le TL dei vari canali social, soprattutto di Twitter
Calcio e social media si sa, vanno molto d’accordo, tant’è che per quel che riguarda la classifica dei trend topic del fine settimana, solitamente non c’è storia e la partita di cartello, fa sempre da padrona battendo perfino i bimbiminkia (con tutto il rispetto), con i loro Justin Bieber e One Direction. Recentemente Nielsen ha dichiarato che il 50% dei tweet riguardanti i programmi TV, sono dedicati al calcio. Immaginatevi che razza di coinvolgimento social dovremo aspettarci durante la Coppa del lMondo.
Una delle differenze rispetto alle vecchie edizioni sta nel fatto che gli stessi protagonisti avranno la possibilità tramite i loro device mobili di interagire con il pubblico.
Non dico che si metteranno a rispondere agli altri utenti, ma se ci avete fatto caso, un nuovo trend dei calciatori sta nell’aprirsi su Twitter a commenti di vario genere dettati dall’impulsività.
Per fare un esempio, una volta un calciatore escluso dalle convocazioni mondiali, prima di fare le proprie rimostranze per l’esclusione ai massmedia, veniva “filtrato” dallo staff della propria squadra e a mente fredda riusciva anche a non esagerare.
Ora invece Twitter come gli altri social media cavalca l’impulsività del momento: pensate alla recente esclusione di Giuseppe Rossi dalla lista dei convocati per la Coppa del Mondo. Prima la sua fidanzata ha litigato con mezza Rete

Jenna Lynn
e poi lo stesso Giuseppe ha rincarato la dose contro il commissario tecnico della nazionale.

 

Per non parlare degli scoop provenienti dagli stessi giocatori come per esempio Ranocchia il quale ha condiviso con il Mondo intero una scoperta sensazionale

Coppa Del Mondo
Sono pronto a scommettere che ai campioni del mondo 2006 non avrebbero permesso di rilasciare un’intervista sul doppio cesso nei bagni delle camere. Ora invece con Twitter i giocatori agiscono d’impulso (e non c’è nulla di male) e condividono con i propri follower le situazioni più disparate.
Mi viene da ridere ripensando alle scorse edizioni della Coppa del Mondo quando i commissari tecnici in ritiro con i propri calciatori limitavano gli incontri con mogli e compagne vietando del tutto il sesso. Ora il sesso è permesso, ma Twitter è vietato!
Ad ogni modo credo che tutto ciò rappresenti un valore aggiunto a quella che è l’informazione riguardante la Coppa del Mondo perché dà modo a tutti i tifosi/follower di immedesimarsi meglio con i propri beniamini.

E la piattaforma Twitter che fa per assecondare questo grande coinvolgimento social?
La risposta risiede in questo bel video: La guida completa di Twitter per la #CoppaDelMondo

La guida completa della Coppa del Mondo su Twitter invita a vivere ogni momento di #Brasile2014 da qualsiasi luogo e con qualsiasi device, sulla sua piattaforma: ci si logga selezionando la propria squadra preferita ed in seguito viene data la possibilità di scegliere un’immagine per personalizzare il proprio profilo aggiungendovi un’intestazione dedicata.

#CoppaDelMondo Twitter
Dopo aver personalizzato il profilo con un aspetto più “Mondiale”, si parte con l’esplorazione della Coppa del Mondo che permetterà all’utente di tenere d’occhio ogni match; basterà toccare la voce “Partite”. A questo punto il mondo Twitter si aprirà mostrando tutti i tweet dedicati alla partita in corso.
Cliccando sul segno “+” si potrà aggiungere il tabellone dei punteggi alla propria pagina Home e vedere in tempo reale i risultati mentre scorre la propria cronologia.
La funzione “Dietro le quinte” permette di seguire gli account legati ai calciatori della propria squadra del cuore.
Ultima nota, ma non in ordine di importanza, la guida completa della Coppa del Mondo su Twitter permette di condividere i propri tweet in diverse lingue grazie alla traduzione automatica e utilizzando gli hashtag del Paese di riferimento.
Detto questo, godiamoci questa Coppa del Mondo social e attendiamoci il primo selfie che batterà ogni record di engagement. Mi riferisco ovviamente a quello della squadra che sarà così brava da vincere il Mondiale 😉

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Nascondi il tuo following

Twitter insegue Facebook a livello strategico, lo avevamo capito da un po‘ e la nuova funzione “Nascondi” implementata di recente, non è altro che l’ennesima tappa della facebookizzazione del fringuellino blu.

twitter-Nascondi

Stiamo parlando di uno strumento che consente di “escludere” i tweet dei following senza però smettere di seguirli.
Pari pari alla feature che Facebook utilizza già da parecchio tempo per nascondere dal newsfeed i post fastidiosi di amici evidentemente tanto simpatici offline, ma non altrettanto sui social media.
Ma come funziona esattamente la funzione “Nascondi”?
Celare i Tweet dalla nostra TimeLine, come detto sopra, non comporta la privazione del follow e quindi continua ad essere possibile ogni forma di interazione, dai tweet ai DM (Direct Message).
Chi decide di nascondere il profilo di qualcuno, sa che sta rinunciando a qualsiasi tipo di notifica push o SMS da parte sua, eccezion fatta per le menzioni o le eventuali risposte nei propri confronti. Può continuare a visualizzare le pubblicazioni dell’utente nascosto antecedenti all’utilizzo del “mute” oppure tutte quante visitando direttamente il suo profilo.
Ovviamente la funzione “Nascondi” è assolutamente anonima al fine di evitare che gli utenti si sentano offesi da un simile affronto e d i conseguenza reagiscano attraverso ritorsioni digitali 😉
Ecco come utilizzare la funzione “Nascondi” a seconda del device che si sta utilizzando:

INTERNET
– Cliccare “Altro” sul tweet e di seguito cliccare “Nascondi”
– Per nascondere dal profilo, è necessario cliccare sull’ingranaggio delle impostazioni del profilo stesso e cliccare su “Nascondi”

SISTEMA OPERATIVO iOS
– Per nascondere dal tweet, andare sull’icona … toccare “Nascondi” e confermare con un “Sì”
– Per nascondere dal profilo, andare sulla sua sezione e tramite ingranaggio del settings, toccare “Nascondi” e confermare

SISTEMA OPERATIVO ANDROID
– Per nascondere dal tweet andare su ⋮ e toccare “Ignora @nomeutente”
_ per nascondere dal profilo, toccare l’ingranaggio della sua sezione e toccare “Ignora @nomeutente” e confermare

Per ridare voce agli utenti sarà necessario effettuare le medesime operazioni sopra descritte. Questo è l’annuncio ufficiale

Ora lungi da me l’idea di criticare a priori le trasformazioni dei social media nonostante da un paio di mesi sia arrivato alla veneranda età che finisce con “..anta” la quale forse mi permette di riscattare con maggiore serenità l’ipotetico badge digitale del “Social Conservatore”, ma questa continua facebookizzazione twitteresca proprio non mi piace (anzi, non la seguo ;-))
Da sempre sono dalla parte della difesa delle particolari peculiarità identificative che permettono alle piattaforme social di distinguersi fra loro e questa trovata della funzione nascondi è copiata e incollata dal cervello di Zuckerberg.
Twitter è un social che non prevede reciprocità obbligatoria: se sei interessante ti seguo, se smetti di esserlo, smetto di seguirti, senza rancore.
Eppure questa genialata permette a tutti coloro che non vogliono leggere i tweet di qualcuno, ma allo stesso tempo non vogliono perdere il suo followback, di accrescere a dismisura la propria follower base. Come? Semplice, non avendo la TL intasata dai tweet di inutili following in quanto zittiti dalla funzione “Nascondi”, stutti saranno incentivati followare a casaccio chiunque appagando quindi il proprio bisogno di “celolunghismo followariano”. Ovviamente in seguito a questo tipo di condotta anche i suggerimenti del sistema riguardanti chi seguire in base ai propri interessi e soprattutto agli utenti seguiti, non avranno più alcun senso (anche se già prima non erano granché)
E l’utente medio di Twitter cosa ne pensa? Ovviamente è contento perché non essendo più costretto defolloware, oltre ad schivare il defollowback, evita di togliere quello che orami per troppi utenti è diventato un vero e proprio attestato di stima che deve essere contraccambiato come vuole quella fantomatica legge non scritta del presunto galateo Twitter nata nella testa di chi questo canale non lo ha proprio compreso.

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MacBook Pro in crash a causa di Google Drive

Il vostro MacBook Pro appena avviato crasha emettendo tre beep consecutivi? Molto probabilmente la colpa è dell’ultima versione di Google Drive

MacBook - Google DriveScrivo due righe per eventuali possessori di MacBook Pro con sistema operativo Snow Leopard (e Maverick) che magari di tanto in tanto hanno la bontà di leggere il mio blog.
Da parecchi giorni mi stavo lambiccando il cervello nel tentativo di capire perché all’avvio del sistema operativo, il mio MacBook Pro andasse sistematicamente in blocco dopo aver bippato per tre volte consecutivamente.
L’unica cosa che potevo fare era spegnere brutalmente tutto per poi riaccendere nella speranza che il problema non si ripresentasse: le mie speranze venivano accolte, ma solo dopo aver dovuto subire altri quattro o cinque blocchi consecutivi con tanto di improperi da parte della mia.
Premetto che non mi reputo un genio dei sistemi Apple, da bravo principiante in materia, la prima cosa che ho fatto è stata quella di riparare i permessi del disco ma ovviamente la cosa non ha funzionato.
Allora mi sono messo a spulciare su Internet vari forum e blog in cerca dell’agognata soluzione fai da te e ho trovato questo:

1 beep = no RAM installed
2 beeps = incompatible RAM types
3 beeps = no good banks
4 beeps = no good boot images in the boot ROM (and/or bad sys config block)
5 beeps = processor is not usable

Stando alla legenda qui sopra, tutto faceva pensare ad un problema di RAM: i banchi avrebbero potuto essersi guastati, ma ci ho creduto poco e quindi mi sono azzardato a ipotizzare un loro fantomatico, ma accettabile blocco dovuto a cause ignote.
Ho provato quindi la carta “reset della NVRAM”, ma anche questo tentativo è andato a vuoto.

reset della NVRAM
Non mi rimaneva che prendermela con mia moglie…. perché? Semplice: evidentemente la RAM si era leggermente staccata dal suo slot a causa di un urto accidentale. Visto che il mio MacBook lo tratto con estrema cura, mi sarei ricordato un eventuale incidente. Rimaneva solo da accusare di vilipendio MacBookiano la mia gentile consorte, che tanto gentile non è quando la si accusa ingiustamente di qualcosa e senza confutate prove del presunto misfatto 😉 quindi mi ritrovavo al punto di partenza, (con una moglie incazzata). Che problema aveva il mio MacBook con i banchi di RAM? Perché (secondo mia ipotesi) questi ultimi non stavano correttamente agganciati ai propri slot? Non potevo saperlo, perché per verificare avrei dovuto smontare mezzo terminale e non volevo arrivare a tanto.
Poi ho provato a ragionare:
i tre beep e relativo blocco si verificavano pochissimi secondi dopo aver completato l’avvio del sistema con la scrivania visualizzabile. Se fosse stato un problema di RAM, il boot non si sarebbe potuto completare. Inoltre come era possibile che dopo quattro o cinque riavvii circa, tutto iniziava a funzionare seppur con qualche rallentamento?
Allora ho iniziato a pensare a problemi software e così ho aggiornato tutto quello che potevo aggiornare, ma anche questo tentativo fallì miseramente.
Non mi rimaneva che verificare le applicazioni recentemente aggiornate, ma da dove iniziare?
Poi l’illuminazione arriva per caso come un fulmine a ciel sereno: ho notato che tutte le volte che riuscivo a far funzionare il MacBook, il simbolo in alto a destra di Google Drive era disattivato. Inizialmente non ho collegato la cosa, poi ho provato a disinstallarlo e voilà, problema risolto! Il computer adesso va che è una meraviglia (facendo gli scongiuri).
Allora cercando in Rete notizie riguardanti possibili problemi causati da Google Drive ai terminali Apple, ho trovato alcuni articoli risalenti a metà Aprile 2014 che confermavano il tutto.
Ecco più o meno cosa è successo:
il recente aggiornamento della versione 1.4 di Google Drive ha mandato in crisi i MacBook Pro del 2011 con installato OS X 10.6.8 Snow Leopard (ce l’ho), ma si segnalano problemi anche sui sistemi Mavericks.

Snow LeopardTali problemi si riassumono in blocchi con i tre beep sonori o in alcuni casi in Kernel Panic.
Le soluzioni possono essere due:

  • riavviare il Mac tenendo premuto il tasto Shift e poi eliminare l’app Google Drive (inutile disattivare l’avvio automatico dell’app) per continuare ad utilizzare i suoi servizi direttamente da Web.
  • Eliminare la versione 1.4 e reinsatllare quella precedente, cioé la 1.13 nell’attesa che Google corregga il suo errore.

Il mio consiglio è dunque scontato: prima di correre ad acquistare nuovi banchi di RAM, provate a eliminare l’app di Google Drive… magari fate un sospiro di sollievo 😉

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